Riflessioni a mente (quasi) fredda da ideatore di Trallallero
L’importante era iniziare. Trovarsi, guardarsi in faccia ed agire. Ognuno nel rispetto del proprio ruolo e dei propri interessi: enti pubblici, compagnie, insegnanti e, perché no: genitori e bambini.
L’importante era porre delle fondamenta, verificare che ci fosse un interesse concreto, condiviso e trasversale nel parlare di teatro e ragazzi. Sono stati messi sul tavolo argomenti nuovi e vecchi, abbiamo saputo confrontarci in modo costruttivo, lasciandoci con la voglia di ritrovarci per capirci meglio.
Il che è bello ed istruttivo.
Ma ciò che più mi ha colpito dei due giorni di Trallallero è stata l’età dei partecipanti. Guardandomi attorno, ciò che più mi dava l’impressione di unione, era una specie di omogeneità generazionale. E questa potrebbe essere la chiave interpretativa migliore per proseguire nella crescita della manifestazione.
Organizzando la vetrina avevo pensato di rivolgermi ad un tipo di “compagnia”, ed invece mi sono trovato davanti una generazione teatrale, ed anche abbastanza ben definita perché, pur con percorsi e scelte diverse (ma quanto poi?) si ritrova ad avere delle idee, dei dubbi, delle esigenze simili tra loro.
È emersa la nostra necessità di confrontarci. Ma per farlo è importante non avere paura. È la paura che ci frega. Paura di che cosa, poi? Di perdere un’idea, un contatto, una replica? Ci sottovalutiamo e sottovalutiamo il vantaggio (e il risultato) di un confronto. Perché parlarci è importante per non perdere di vista un obiettivo primario e comune a tutti: migliorare la qualità delle nostre proposte.
Questo non vuol dire che dobbiamo annullare il nostro spirito critico e creativo per confonderci in una massa indistinta. Tutt’altro. I nostri prodotti sono diversi tra loro, noi siamo e restiamo concorrenti l’uno con l’altro. Ma abbiamo delle esigenze comuni. Abbiamo, per esempio, il non piccolo problema di farci vedere non solo da dei possibili acquirenti, ma anche da chi lavora con noi ma è, teatralmente parlando, di un’altra generazione. E questa è già la seconda cosa che ci unisce e che va ben al di là di quanto ci può dividere.
Per questi motivi spero che quanto è stato fatto non sia che un inizio. Un buon inizio, ma con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare, e che tutto quanto dipende da noi. Ma non solo. Perché abbiamo bisogno di aiuto, di sostegno e non dobbiamo avere paura di chiederlo. Chiederlo, non pretenderlo. Lo abbiamo visto: davanti a noi ci sono tante persone come noi, con speranze, obiettivi e difficoltà simili alle nostre. E soprattutto, della nostra generazione.
Mi auguro anche che chi ha fatto la storia prima di noi, sia disposto a darci la mano in questo percorso. Il loro bagaglio di esperienze ed idee non è cosa da trattare con leggerezza o superficialità. A noi sta chiedere aiuto, anche in questo caso. A loro la cortesia di rispondere. In fin dei conti, noi siamo i bambini con cui dialogavano e sperimentavano venti o trenta anni fa. Perché dovrebbero ignorarci proprio oggi?
Dal canto nostro, adesso, è il momento di capire veramente se ci siamo e quanti siamo. A breve ci sarà la necessità di iniziare a lavorare per la nuova edizione. L’obiettivo per l’anno prossimo è quello di dare a tutte le compagnie interessate lo spazio e il modo di presentarsi come riterranno più opportuno, cercando la conferma di quanti hanno partecipato alla prima edizione e con la speranza di avere nuove adesioni al progetto.
Per fare questo dovremo incontrarci e parlare per poi provare a concretizzare le nostre idee.
In poche parole, metterci d’impegno e guardare al futuro.
Nessun commento:
Posta un commento